10 modi in cui il tuo smartphone ti sta cambiando

Dagli effetti sulla vista a quelli su memoria e senso dell’orientamento; dalla fobia di non averlo alla dipendenza da notifiche: il nostro rapporto col cellulare, spiegato dalla scienza.

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Nel mondo ci sono 7 miliardi di abitanti e 6 miliardi di cellulari: la tecnologia mobile è oggi più diffusa dei servizi igienici (sono senza toilette 2,4 miliardi di persone). In che modo questo accessorio sta cambiando il nostro corpo, l’accesso alle informazioni e la comunicazione? Ecco alcuni effetti più o meno noti, ma comunque sorprendenti.

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Siamo sempre più curvi… In media trascorriamo 4,7 ore al giorno a fissare il cellulare: un’abitudine che può imprimere al tratto cervicale una pressione di 27 kg, l’equivalente del peso di un bambino di 8 anni portato sulle spalle. In un anno, si possono superare le 1400 ore di stress cervicale, che sommate al tempo che trascorriamo sui libri o davanti al pc possono comportare un rischio anche serio di lesioni alla colonna (oltre ai dolori che ormai accusiamo un po’ tutti).

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… Più Miopi. La diffusione di dispositivi che costringono l’occhio a guardare da vicino e in condizioni di scarsa luminosità, disabituando ad abbracciare, con la vista, spazi aperti ed orizzonti lontani, sarebbe tra le cause principali dell’aumento quasi epidemico di miopia, soprattutto in alcune aree del mondo. Negli anni ’70, era miope un quarto della popolazione del Nord America; oggi, la metà. La percentuale di miopi tra i giovani adulti statunitensi, è oggi del 35%. In Cina, vede male da lontano l’80% degli studenti. Altre concause sono il minor tempo trascorso all’aria aperta e la crescita globale del livello di istruzione.

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Ci tiene in scacco. Lo controlliamo in modo compulsivo, in media 110 volte al giorno, 9 volte nelle ore di punta, con un picco tra le 17:00 e le 20:00. Il cervello umano è fatto per essere attratto dalle novità, e il sistema delle notifiche attivate dalle app è fatto apposta per attirare l’attenzione e indurci a controllare che cosa c’è di nuovo. La gratificazione per un messaggio particolarmente gradito attiva il rilascio di dopamina, un neurotrasmettitore implicato nel sistema della ricompensa (e quindi nelle dinamiche di dipendenza associate anche ad alcol e nicotina). Lo stesso fanno anche i piccoli premi elargiti da certi giochi, come Candy Crush.

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Può rendere fobici. Il 93% dei ragazzi tra i 18 e i 29 anni dice di usare lo smartphone come mezzo per sfuggire alla noia, preferendolo ad attività alternative come leggere un libro, o uscire con gli amici. Usare il cellulare come passatempo è diventata un’abitudine così radicata, che esiste persino un termine per definire la sensazione di panico e ansia che deriva dal non averlo con sé: la nomofobia (da No Mobile Phobia). Il termine è un neologismo di recente introduzione, ma questa paura riguarda oltre la metà dei nativi digitali.

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Disturba il sonno. La luce blu degli schermi di smartphone e tablet sopprime la produzione dell’ormone melatonina e interferisce di conseguenza con i ritmi circadiani, riducendo la durata del sonno profondo: i disturbi che ne derivano possono aprire la strada a diabete, cancro e obesità. Ecco perché gli esperti consigliano di evitare di usare dispositivi tecnologici a partire da 2-3 ore prima di andare a dormire.

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Annienta la conversazione. La sola presenza di un cellulare sul tavolo è sufficiente a ridurre la qualità della conversazione e il livello di empatia raggiunto con l’interlocutore (soprattutto se si tratta di un amico di vecchia data). L’incombere dello smartphone, anche senza che lo si tocchi, riduce il contatto visivo con l’ascoltatore e fa perdere dettagli delle sue espressioni o sul suo tono di voce.

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Ci ha resi più avidi di informazioni. Ma allo stesso tempo anche più inclini al multitasking, a saltare più spesso da un’attività all’altra e a una lettura superficiale (quella di una pagina da “scrollare” su uno schermo è per forza di cose diversa da quella di un libro, o di un giornale cartaceo). Questo influenza sia la nostra capacità di concentrazione, sia l’affidamento che facciamo sulla memoria: diversi studi dimostrano che se in precedenza abbiamo recuperato un’informazione online, saremo in futuro meno inclini a fidarci delle conoscenze precedentemente immagazzinate, magari attraverso i libri. Lo span medio di attenzione umano, ossia la capacità di rimanere concentrati su un compito senza distrarsi, è oggi di 8 secondi; nel 2000, era di 12

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Ci ha reso disorientati. La tendenza ad affidarci sempre più spesso ai sistemi gps dei cellulari ci ha resi meno inclini ad allenare il nostro senso dell’orientamento. Inoltre, chi conta soltanto sulle mappe di Google o su altri sistemi satellitari per orientarsi, fa più fatica in seguito a orientarsi nelle stesse situazioni, quando la batteria è scarica, la connessione non prende (per esempio, sui sentieri di alta montagna) e non c’è nessuna voce guida a disposizione.

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Ha cambiato il nostro modo di andare al museo. Ogni due minuti oggi gli esseri umani scattano più foto di quante ne esistessero complessivamente 150 anni fa. Ogni giorno nel mondo vengono scattati un milione di selfie, e si caricano su Instagram 80 milioni di foto. Questo dilagare di “fotografi” ha completamente cambiato il modo in cui si apprezza l’arte, fotografata ancor prima che osservata con attenzione. Per questo molti musei (dagli Uffizi di Firenze al MoMa, al Metropolitan Museum di New York) si sono visti costretti a proibire l’uso del selfie stick – considerato “troppo pericoloso” nei luoghi affollati. Ma non gli autoscatti in sé che, nei musei che permettono foto, sono spesso considerati un importante strumento di autopromozione.

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