Come Venerdì 17 è diventato un giorno sfortunato

È una tradizione tutta italiana, ma ogni paese ha un suo venerdì 17. C’entrano la storia, la numerologia, ma soprattutto un’antica incisione tombale

Che vogliate definirla eptacaidecafobia, scaramanzia o semplice prudenza – ché va bene la razionalità, ma non si sa mai – ci risiamo: è ancora una volta venerdì 17. E se siete tra quelli particolarmente convinti che una semplice combinazione di numero e giorno della settimana possa influire negativamente sul flusso degli eventi, forse non vi farà piacere sapere che quest’anno ce ne saranno addirittura tre – 17 gennaio, 17 aprile, 17 luglio – tutti incastrati nel bel mezzo di un anno bisestile.

Respirate, adesso, perché questo è il punto della storia in cui potreste essere tentati dall’idea di prendere tre giorni di ferie a lavoro o di correre al supermercato più vicino per accumulare scorte. Esiste invece un’alternativa più economica, anche se non necessariamente esaustiva, ed è quella di scoprire cosa si cela davvero dietro questa credenza popolare. Perché ogni superstizione nasconde una storia ben ordita – fatta di accadimenti reali, tradizioni millenarie e suggestioni numerologiche e siamo qui per raccontarvi quella di venerdì 17.

Una superstizione tutta italiana
Innanzitutto, il presunto potere iettatorio di venerdì 17 sembra aver effetto solo all’interno dei confini italiani. Anche se quasi tutte le culture, nel tempo, hanno sviluppato un sistema di credenze tale da individuare un giorno più sfortunato degli altri, per gran parte degli altri paesi quel giorno è venerdì 13.

Nella cultura anglosassone, in particolare – e di riflesso in quelle delle ex colonie – tale concomitanza di numero e giorno della settimana è considerata nefasta a partire dal Medioevo e potrebbe aver avuto origine dal racconto evangelico dell’Ultima cena, svoltasi nel tredicesimo giorno del mese di Nisan (calendario ebraico), con tredici commensali a tavola. Il giorno successivo, Venerdì santo, è invece quello convenzionalmente stabilito per datare la passione e la crocifissione di Gesù Cristo, motivo per cui nelle cene britanniche sarebbe meglio non organizzare tavolate da 13 – soprattutto non di venerdì.

Una leggera deviazione dalla tradizione anglosassone è quella del martes trece spagnolo (martedì 13), che trae spunto dal filone della tradizione pagana per collegare il martedì a Marte, dio della guerra e al tempo stesso pianeta rosso, simbolo di violenza e sventura. Martedì 13 è inoltre, secondo la tradizione ebraica, il giorno della confusione delle lingue nella Torre di Babele.

È interessante notare come il detto spagnolo Martes, ni te cases ni te embarques sia presente anche nella tradizione italiana, che per non farsi mancare nulla ne ha ampliato il significato, trasformandolo in “né di Venere né di Marte ci si sposa né si parte”.

Perché proprio venerdì 17
Su questo punto le ipotesi sono molteplici e come spesso accade in tema di superstizione, nessuna risposta è considerata universalmente corretta.

Tanto per cominciare, la Bibbia data l’inizio del diluvio universale al diciassettesimo giorno del mese di Heshvan, ma questa strada non sembra poi così percorribile, dal momento che l’inondazione mitologica si conclude nel diciassettesimo giorno del mese di Nisan. Parità sostanziale.

La pista storica ha invece come protagonista Luigi XVII, il re di Francia che non fu mai re e che morì in carcere all’età di dieci anni, durante i tumulti della rivoluzione francese. Per questo motivo il successore di Luigi XVI assunse il nome di Luigi XVIII, dopo la restaurazione della monarchia e il numero 17 è ufficialmente scomparso dall’araldica della linea di discendenza borbonica.

L’interpretazione più romantica è quella che collega l’antipatia verso il numero 17 alla propensione tutta pitagorica per la numerologia. Secondo Pultarco, ai seguaci di Pitagora il numero non sarebbe andato particolarmente a genio perché frapposto tra il 16 e il 18, gli unici due numeri in grado di rappresentare tanto l’area, quanto il perimetro di un quadrilatero. Sembra comunque piuttosto remota la possibilità che la demonizzazione del 17 dipenda da fattori matematici (anche perché gli esperti lo considerano un gran bel numero, essendo tra le altre cose la somma dei primi quattro numeri primi).

L’ipotesi più accreditata ci porta invece all’antica Roma, dove molte iscrizioni mortuarie riportavano la dicitura VIXI – letteralmente “vissi”, quindi sono morto – quattro lettere che al tempo erano anche quattro numeri e che per stare in un’unica cifra potevano essere associati in un solo modo: XVII. Diciassette.

Mentre sembra fuori da ogni dubbio il collegamento tra la scarsa reputazione dei venerdì e la morte di Gesù, la tradizione del 17 come numero sfortunato si è invece autoalimentata nei secoli sfruttando la fallacia del tiratore texano, un processo logico che seleziona arbitrariamente la casuale concentrazione di un dato per confermare una congettura o una credenza. In questo caso, la storia di Luigi XVII potrebbe aver contribuito a dare forza alla tradizione, insieme ad altri tragici eventi come la recente morte del pilota di Formula 1 Jules Bianchi, morto in pista con il numero 17.

Niente paura, dunque, perché questo venerdì 17 sarà un giorno esattamente come gli altri, con tutti gli alti e i bassi del caso. A meno che non siate dei seguaci di Pitagora, naturalmente.

fonte: wired

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